Rivive, grazie all’impegno di Anà-Thema Teatro e Tiere Teatro Festival, un angolo di Grecia antica nel cuore del Friuli, più precisamente sul colle del Forte di Osoppo che ospita ogni due anni una rassegna di cultura ellenica.
Lo scorso 28 agosto è andato in scena un adattamento della tragedia eschilea Sette contro Tebe e un numeroso gruppo di studenti del nostro liceo classico, accompagnati dai loro genitori, ha preso parte allo spettacolo. Luogo e contesto hanno immediatamente proiettato l’immaginazione degli spettatori negli agoni teatrali dell’antica Grecia, quando tali spettacoli venivano interpretati all’aperto, integrando testo letterario, musica, danza e natura. L’opera a cui abbiamo assistito si è infatti svolta su un palco prospiciente le rovine che dominano l’altura del Forte osovano, di notte, al chiarore della luna e delle stelle; la recitazione, anche in greco, è stata accompagnata da musiche e movimenti di danza.
Una scenografia di forte effetto che ha reso ancora più efficace la drammaticità tesa e solenne del testo, il quale ci pone di fronte al tema tragicamente attuale della guerra. Nell’opera di Eschilo, infatti, si parla dello scontro mortale tra i due fratelli Eteocle e Polinice, stirpe maledetta dagli dei perché nata dall’incestuosa quanto inconsapevole unione tra Edipo e Giocasta, madre e figlio e sposo e sposa allo stesso tempo. Da essi sorse una generazione di figli destinata alla rovina e all’odio, come nel caso dei due fratelli divisi dalla sete di comando. A opporli l’uno all’altro è infatti il regno sulla città di Tebe: dopo l’esilio del padre Edipo, il potere è per un anno affidato ad Eteocle, per passare successivamente a Polinice in un alternarsi di fratelli-sovrani al comando. Eteocle però, terminato il suo mandato, non vuole cedere il trono a Polinice, che pertanto muove alla testa di un’armata guidata da sette eroi (da cui il titolo del dramma) contro Tebe. La tragedia è costruita quasi tutta attorno al dialogo impossibile tra i fratelli, con tentativi di conciliazione morti ancor prima di nascere, fino allo scontro finale che determina l’uccisione fratricida.
Uno spettacolo crudele e orrido, indubbiamente, il cui messaggio tuttavia è di pace, non di guerra. Nella mentalità dell’autore dell’opera, infatti, la guerra (polemos) rappresenta lo stadio primitivo dell’umanità nel quale a dominare sono gli istinti, le pulsioni irrazionali, il buio: questo universo arcaico e tenebroso sarà però sconfitto dall’avvento della civiltà democratica della polis, in cui i conflitti sono risolti tramite l’arte della parola e della ragione (logos, termine greco che associa entrambi i concetti di “parola” e “ragione”). La catastrofe impressionante di Eteocle e Polinice, pertanto, è monito per lo spettatore ateniese di V secolo avanti Cristo, come su quello di oggi, affinchè le forze del dialogo e della razionalità prevalgano sempre sulle passioni violente e sull’istinto di vendetta.
prof. Gabriele Ragogna


