Alla ricerca del porto sepolto

Venerdì 26 settembre, un timido sole dopo lunghe piogge accompagna il cammino a piedi, attraverso rocce, boscaglie e resti di trincee della Grande Guerra, dal borgo di San Martino al Monte San Michele: le nostre quinte liceali vivono una lezione in diretta di storia e letteratura contemporanea, senza dimenticare la conoscenza di un ambiente così unico quale è il nostro Carso.

Non è una passeggiata come le altre, non è propriamente una gita scolastica: preferisco pensare si tratti, parafrasando il poeta Ungaretti che tra queste alture combattè e scrisse, di una ricerca del porto sepolto. In cosa consista quest’ultimo, lo affidiamo alla ricerca di ognuno nella propria memoria, al viaggio dentro la propria coscienza: è il passato spesso dimenticato, la rimembranza trascurata ma che riaffiora e si incarna in nude parole capaci di rivelare un mondo. Il percorso si snoda tra luoghi che ci interrogano, non sono solo icone di storia studiata in classe: com’è possibile che esista ancora la guerra, il culto delle armi? Dal tragico conflitto russo-ucraino allo sterminio del popolo palestinese a Gaza, tralasciando altri conflitti di cui meno si parla: viene da chiedersi se avesse ragione Eugenio Montale negando che la storia sia magistra di qualcosa che ci riguardi. Pensare che un paesaggio che oggi appare così ameno e verdeggiante sia stato teatro, poco più di un secolo fa, di uno spaventoso massacro, di masse umane spinte ad odiarsi e a uccidersi dietro la bandiera dell’orgoglio nazionalistico, e al contempo immaginare che qualcuno sia stato capace di rinvenire, in mezzo a tanto orrore, un sussulto di umanità e fratellanza che tradusse in versi poetici: anche questo significa soffermarsi alla ricerca del porto sepolto. Il miracolo della vita nonostante tutto rinasce, anche tra le aride pietre del Carso profanato dalla guerra.

Dopo la camminata sino al Monte San Michele, la visita al locale museo, che ripropone con cruda verità l’autentica vita al fronte, e alle tante testimonianze del conflitto presenti in loco: pagine di storia che resteranno impresse nelle menti dei nostri ragazzi.

Poiché tuttavia – e fortunatamente – accanto a quanto di brutto e cattivo l’uomo sia capace di compiere, c’è anche la dimensione del bello e del buono, l’itinerario è poi proseguito all’interno della storica azienda agricola Castelvecchio di Sagrado, col suo parco letterario dedicato al poeta Ungaretti, coi suoi vigneti ben curati dai quali si ricava un ottimo vino. Bevanda che gli studenti hanno saputo apprezzare, in un’amichevole degustazione assieme ai professori che li hanno accompagnati, testimoniando come l’attaccamento alla terra e la tradizione eno-gastronomica siano parte integrante della nostra memoria e del patrimonio culturale le al quale apparteniamo. E anche questo, concludo, è riscoprire il porto sepolto.

prof. Gabriele Ragogna